venerdì 30 ottobre 2009

L'ASTROFILO: le sorprese raddoppiano


Con l'uscita del numero 12 la rivista L'Astrofilo festeggia il primo anno di pubblicazioni. Distribuita gratuitamente per via telematica a tutti quelli che si registrano al suo sito ha rappresentato fin dalla sua prima uscita una vera rivoluzione nel panorama della divulgazione scintifica e astronomica in Italia. Il rigore con cui gli argomenti sono trattati si coniuga magnificamente con la comprensibilità e la chiarezza dell'esposizione; lo spazio (ampio) riservato alle attività dei gruppi di appassionati si affianca a quello, altrettanto consistente, delle prove strumentali, delle tecniche di osservazione, delle esperienze degli astrofili. Soprattutto, caso forse unico nella editoria scientifico - divulgativa italiana, la rivita è distribuita assolutamente gratis: niente abbonamenti, niente difficoltà nel reperirla nelle edicole, niente carta inutile stampata per non essere letta e per venire poi buttata (la natura ringrazia!). Nel numero di novembre, già on line, oltre alle effemeridi del mese e le classiche rubriche, è possibile leggere tra gli altri un bellissimo articolo di Andrea Simoncelli che, con il corredo di meravigliose immagini, ci conduce alla scoperta della Via Lattea. Ma le sorprese non finiscono qui. Nell'interessante editoriale di Michele Ferrara, lucida lettura del non felicissimo momento in cui si trova il mondo dell'editoria scientifica e quello dell'astrofilia italiana, viene annunciato l'inizio delle pubblicazioni, a partire dal prossimo numero, sempre per via telematica e sempre assolutamente gratis, di una serie di fumetti scientifici prodotti da università americane e giapponesi. L'obiettivo è quello di raggiungere e coinvolgere nella scoperta della natura e della scienza anche i più piccoli, spesso trascurati dagli editori, pronti piuttosto a proporre loro storie di maghi e fate piuttosto che condurli lungo i sentieri della conoscenza. Un primo, importante passo per colmare una lacuna nella divulgazione scientifica italiana.

giovedì 29 ottobre 2009

Uno scrigno prezioso


Gli ammassi aperti sono fra gli oggetti celesti più belli. Costituiti da poche decine fino a qualche migliaio di stelle debolmente legate dalla mutua gravità, la loro visione binoculare o telescopica ci regala lo scintillante spettacolo di grappoli di stelle proiettate contro uno sfondo scuro. Lostudio degli ammassi aperti è però importante anche da un punto di vista scientifico. Le stelle che lo compongono sono nate tutte assieme dalla stessa nube di gas. Di conseguenza l'età e composizione chimica è la stessa per tutte le stelle di uno stesso ammasso e, dunque, osservandone le caratteristiche è possibile ottenere importanti informazioni sui processi evolutivi stellari. Uno fra i più spettacolari ammassi aperti, visibile anche a occhio nudo dai cieli dell'emisfero australe, è NGC 4755 soprannominato lo Scrigno. Dista 6400 anni luce e le sue stelle si sono formate circa 16 milioni di anni fa. Il nome gli fu dato da John Herschel che nel 1830 lo osservò rimanendo colpito dall'eccezionale bellezza delle sue stelle blu e rosse che gli ricordavano appunto dei gioielli custoditi in un scrigno. Oggi, a 180 anni dalle prime osservazioni di Herschel, possiamo condividere la sua meraviglia e ammirazione osservando NGC 4755 ripreso dai telescopi dell'ESO che operano sotto i bui cieli del Cile. Grazie alla Wide Field Imager applicata al telescopio di 2,2 metri e allo spettrografo FORS1 del Very Large Telescope gli astronomi dell'ESO hanno ottenuto delle spettacolari immagini che ci restituiscono l'ammasso in tutta la sua sfolgorante bellezza.
Credit: ESO/Y. Beletsky

giovedì 22 ottobre 2009

Gli ingredienti della vita su un pianeta extrasolare


Le osservazioni congiunte dei due telescopi spaziali Hubble e Spitzer hanno permesso a un gruppo di astronomi guidato da Mark Swain di rilevare la presenza delle molecole di acqua, metano e anidride carbonica nell'atmosfera di un pianeta extrasolare distante 150 anni luce. HD 209458b, questo la sigla con la quale viene identificato il pianeta, è un un gigante gassoso di dimensioni e massa maggiori di quelle di Giove che ruota attorno alla sua stella su un'orbita molto stretta. Di conseguenza, la sua temperatura è molto elevata tanto da renderlo assolutamente inadatto alla vita. Eppure la scoperta di queste molecole, fondamentali in tutti i processi biologici, è molto importante ai fini della comprensione dei meccanismi che possono portare alla nascita della vita altrove nell'universo. "E' il secondo pianeta fuori dal sistema solare nella cui atmosfera sono state rilevate le molecole di acqua, metano e anidride carbonica. - afferma Swain - Ciò fa aumentare di molto le possibilità di trovare pianeti in cui la presenza di queste molecole e un ambiente più favorevole possono aver portato alla formazione della vita." Le molecole in questione erano già state rilevate attorno al pianeta extrasolare HD 189733b. Nel caso di HD 209458b, però, la quantità di metano rilevata risulta essere maggiore e questo, come afferma Swain, "è importante, se non altro per comprendere i meccanismi di formazione del pianeta." La ricerca di mondi in grado di ospitare la vita proseguirà anche con l'ausilio di nuove tecniche di rilevazione e dell'osservatorio spaziale Kepler, appositamente progettato e realizzato per scoprire pianeti rocciosi di taglia terrestre.

Credit: NASA/JPL-Caltech

mercoledì 14 ottobre 2009

Una piccola ma stupenda galassia


Ad appena 1,6 milioni di anni luce di distanza, NGC 6822 è una delle galassie a noi più vicine. Insieme alla Via Lattea, alla galassia di Andromeda, a quella del Triangolo e a un'altra decina appartiene al Gruppo Locale. Le sue dimensioni sono estremamente ridotte se confrontate con quelle della nostra galassia, tanto da farla classificare come galassia nana irregolare. Eppure, l'immagine ottenuta col telescopio di 2,2 metri dell'ESO che opera sotto i bui cieli di La Silla in Cile ce la restituisce in tutta la sua sfolgorante bellezza. Le nebulose di colore rosso evidenziate nell'immagine sono regioni di intensa formazione stellare, mentre altre nebulose gassose sono illuminate dalla impetuosa radiazione emessa dalle numerose stelle neonate. Le galassie nane pur essendo di dimensioni molto ridotte rappresentano la tipologia di galassia più diffusaa. Il loro studio è importante perchè ci fornisce importanti indicazioni sui meccanismi di interazione fra galassie responsabili, fra l'altro, della loro forma irregolare.
Credit: ESO


Nel filmato realizzato dall'ESO NGC6822 ci viene mostrata in tutta la sua stupefacente bellezza.
Credit: ESO, Digitized Sky Survey 2, A. Fujii

martedì 13 ottobre 2009

L'anello gigante di Saturno


"E' un anello di dimensioni enormi. Se fosse visibile da Terra si estenderebbe per ben due volte il diametro della Luna piena." Anne Verbiscer dell'Università della Virginia non nasconde la sorpresa per il nuovo anello di Saturno che è stato recentemente scoperto dal telescopio spaziale Spitzer che osserva nella regione infrarossa dello spettro elettromagnetico. Il diametro da lato a lato è, infatti, di oltre 300 diametri di Saturno e anche il suo spessore, a differenza dei sottili anelli fino ad ora conosciuti, è notevole: circa 20 diametri planetari. Infine, a completare il peculiare quadro che lo caratterizza, c'è anche l'inclinazione di circa 27° rispetto al piano degli anelli noti. Il bordo interno del nuovo anello gigante inizia a 6 milioni di chilometri dal pianeta e si estende per altri 12 milioni di chilometri verso l'esterno: davvero dimensioni incredibili. Le osservazioni condotte da Spitzer hanno permesso di accertare che l'anello è costituito principalmente da polveri, probabilmente eiettate a seguito di impatti di comete sulla superficie del satellite Phoebe che, infatti, orbita proprio al suo interno. Il nuovo arrivato nel complesso sistema di Saturno può inoltre fornire una spiegazione a un vecchio mistero che riguarda un altro satellite, Giapeto. Già al tempo della sua scoperta, infatti, si è osservato che Giapeto presenta la peculiare caratteristica di possedere un emisfero, quello che avanza nel suo moto di rotazione, molto scuro e l'altro invece estremamente chiaro. Quale la causa di questa doppia faccia? Ebbene, confermando ipotesi già avanzate, potrebbe essere proprio il materiale disperso da Phoebe che costituisce il nuovo anello ad accumularsi progressivamente sull'emisfero di Giapeto che avavnza durante la sua rotazione, conferendogli il colore scuro.
Credit:
NASA/JPL-Caltech/Keck
Spitzer: NASA/JPL-Caltech/Univ. of Virginia; Hubble: NASA/ESA/STScI/AURA

sabato 10 ottobre 2009

LCROSS: riuscito perfettamente l'impatto con la Luna


Ha percorso circa 9 milioni di chilometri in una missione iniziata 113 giorni fa, insieme alla sonda gemella LRO, lo scorso 18 giugno. Quasi 4 mesi di missione per prepararsi all'impatto finale contro la superficie lunare allo scopo di studiarne, attraverso l'analisi della nume di detriti che si è sollevata, la composizione e di accertare definitifamente la presenza di acqua. Quella di LCROSS (Lunar Crater Observation and Sensing Satellite) è stata una missione importante non solo per aumentare le nostre conoscenze sulla Luna ma anche per preparare la strada alle future missioni con equipaggio con destinazione il nostro satellite. "Gli strumenti a bordo di LCROSS hanno funzionato perfettamente - spiega Anthony Colaprete, ricercatore della NASA e responsabile scientifico della missione - La grande quantità di dati sarà ora oggetto di analisi e studio da parte dei ricercatori." Il cratere Cabeus scelto quale bersaglio dell'impatto si trova in prossimità del polo sud lunare. Le sue pendici interne si trovano costantemente in ombra ed è quindi più alta la probabilità di trovarvi acqua sotto forma di ghiaccio. Inoltre il cratere presentava le migliori condizioni di visibilità al momento dell'impatto per tutti coloro che osservavano dalle coste occidentali degli Stati Uniti e dalle Hawaii. L'impatto è stato seguito dai maggiori telescopi sia da Terra che dallo spazio ed è stato osservabile anche dagli appassionati con piccoli strumenti.

Nel video della NASA le fasi finali della missione e lo schianto della sonda contro la superficie lunare.
Credit: NASA




mercoledì 7 ottobre 2009

Venerdì l'impatto della sonda LCROSS sulla Luna


E' fissato per venerdì 9 ottobre alle 14.30 ora americana l'impatto della sonda LCROSS sulla superficie lunare. L'impatto è stato programmato dai ricercatori della NASA allo scopo di studiare la composizione del suolo della Luna e, in particolare, per trovare conferme alla recente scoperta di acqua contenuta nelle rocce seleniche e di stimarne le quantità. Lanciata con una razzo Centaur nello scorso mese di giugno insieme alla sonda gemella LRO che sta mappando e analizzando la superficie della Luna, LCROSS (Lunar Crater Observation and Sensing Satellite) è stata progettata e costruita proprio allo scopo di rilevare, per mezzo di un impatto programmato, la composizione e la consistenza del suolo lunare. L'analisi della nube di detriti che si solleveranno a seguito dell'impatto prima con l'ultimo stadio del razzo Centaur e poi con la stessa LCROSS consentirà di comprendere e studiare la composizione del suolo lunare e di accertare in via definitiva la presenza di acqua. Il cratere bersaglio è stato scelto sia perchè prossimo al polo sud, lì dove resta perennemente in ombra e più elevata è la probabilità di trovare ghiaccio d'acqua, sia perchè offre le migliori condizioni di visibilità per gli appassionati che osservano dalle coste occidentali degli Stati Uniti e dalle Hawaii. L'evento, infatti, sarà seguito dagli astronomi professionisti che impiegheranno i migliori telescopi sia dallo spazio che sulla Terra, ma sarà osservabile anche dagli appassionati con strumenti modesti.

Credit: NASA

venerdì 2 ottobre 2009

Un sistema planetario in formazione


LRLL31 è una giovane stella di non più di qualche milione di anni di età che si trova, a circa mille anni luce di distanza, nella ricca regione di formazione stellare IC348 nella costellazione di Perseo. Come molte giovani stelle, LRLL31 è circondata da un disco di polveri e detriti nel quale sono in svolgimento processi di formazione planetaria. I pianeti si formano, infatti, per aggregazione successiva di detriti via via di dimensione maggiore all'interno dei dischi che circondano le stelle neonate. Ruotando attorno alla stella e aumentando progressivamente le proprie dimensioni il protopianeta scava una sorta di solco nel disco fino a ripulire completamente la propria orbita. Il processo è molto lento, tanto che i tempi per la formazione di un sistema planetario sono stimati nell'ordine delle decine di milioni di anni. Per questo motivo ha sorpreso molto gli astronomi ciò che ha osservato il telescopio spaziale Spitzer, che opera nella regione infrarossa dello spettro elettromagnetico, nel disco di LRLL31. Gli strumenti hanno, infatti, rilevato nel corso di 5 mesi di osservazioni delle rapide variazioni dell'intensità e della lunghezza d'onda della radiazione infrarossa emessa dal disco protoplanetario che circonda la giovane stella. Le variazioni avvengono in tempi decisamente brevi, dell'ordine anche di una sola settimana. Un strano comportamento se si pensa ai lunghi tempi necessari ai processi di accrescimento planetario. Il gruppo di astronomi guidato da James Muzerolle autore della scoperta ha però elaborato un modello in grado di dar conto del comportamento osservato. I ricercatori ipotizzano infatti la presenza di un compagno di LRLL31, un grosso pianeta o una stella, che orbita a una distanza non superiore a 15 milioni di chilometri. La presenza del compagno induce nel disco variazioni consistenti dello spessore con ricadute sia sull'intensità che sulla lunghezza d'onda infrarossa emessa. Un modello che sarà oggetto di ulteriori verifiche nel corso di campagne osservative pianificate dal gruppo di Muzerolle utilizzando sia telescopi da Terrra che lo stesso Spitzer che ha ormai iniziato la fase di operatività "calda" dopo che è andato esaurito il refrigerante utilizzato per raffreddare i rilevatori di bordo durante i primi anni della missione.

Credit: NASA/JPL-Caltech/R. Hurt (SSC)

mercoledì 30 settembre 2009

L'Astrofilo: un numero speciale dedicato al telescopio


Nell'anno dedicato alle celebrazioni del 400° anniversario del primo uso in ambito scientifico del telescopio non poteva mancare una pubblicazione che con competenza e chiarezza ripercoresse la storia e la tecnica dello strumento che ha cambiato per sempre la nostra visione dell'universo. Ci ha pensato la rivista on line "L'Astrofilo" che presenta un numero speciale interamente dedicato al telescopio. Il numero 11 di ottobre è scaricabile gratuitamente collegandosi a questo link. Insieme agli articoli dedicati alle celebrazioni, alla storia, alla tecnica e alla didattica con il telescopio, sono disponibili le effemeridi del mese di ootobre, le novità e gli appuntamenti dal mondo degli appassionati e tanti consigli per chi si avvicina per passione o per studio all'astronomia.

venerdì 25 settembre 2009

Acqua sulla Luna

Dati raccolti da tre diverse sonde hanno consentito ai ricercatori della NASA di confermare la presenza di acqua sulla superficie della Luna. Grazie ai dati raccolti con lo spettrometro a bordo della sonda indiana Chandrayaan-1 è stato possibile rilevare la caratteristica impronta delle molecole di acqua e ossidrile (OH) nello spettro della luce riflessa dalla superficie delle regioni polari del nostro satellite. “La ricerca dell’acqua sulla Luna – afferma Jim Green del Dipartimento di Scienze Planetarie della NASA – è stata per molto tempo una corsa al santo graal. La scoperta è il frutto di una lunga e intensa collaborazione fra le agenzie spaziali americana e indiana.” Naturalmente, non si è di fronte alla scoperta di laghi, mari o fiumi che scorrono sulla Luna. Al contrario, si tratta di piccole ma significative quantità di acqua e ossidrile contenute nelle rocce e subito al di sotto della superficie del nostro satellite. La presenza di acqua era stata già sospettata nel 1999 analizzando i dati raccolti dalla sonda Cassini durante il fly by con la Luna necessario alla sua lunga marcia di avvicinamento a Saturno dove è ancora operativa. La conferma definitiva è poi venuta dal confronto con i dati raccolti durante il passaggio ravvicinato dello scorso giugno della missione Epoxi, missione che estende l’operatività della Deep Impact che, dopo aver avvicinato e rilasciato un proiettile per studiare la cometa Temple 2, è ora in avvicinamento alla cometa Hartley 2 che incontrerà nel novembre 2010 non prima di aver raccolto importanti informazioni sui corpi del sistema solare. Epoxi è stata capace di mappare la distribuzione di acqua e ossidrile in funzione della temperatura, della latitudine, della composizione superficiale e dell’ora del girono, confermando in maniera inequivocabile la presenza di queste molecole sulla superficie lunare.

Nell’immagine: a sinistra, un cratere lunare di recente formazione; a destra, la distribuzione dei minerali ricchi d’acqua mostrata in falsi colori.
Credit: NASA

venerdì 18 settembre 2009

L'universo di Planck



Destinato a misurare e studiare la radiazione cosmica di fondo, l'osservatorio spaziale Planck dell'ESA ha appena completato la survey di prova del corretto funzionamento dei suoi strumenti. La qualità dei risultati ottenuti da rassicurazioni non solo sul fatto che a bordo tutto procede per il megio ma fa ben sperare gli astronomi sulla possibilità di gettare nuova luce sulle primissime fasi dell'evoluzione dell'universo. Planck è stato lanciato il 14 maggio scorso per raggiungere il punto lagrangiano L2, lì dove le forze gravitazionali di Terra e Sole si equilibrano. L'obiettivo della missione è quello di ottenere una nuova mappa dell'intero cielo nella regione delle microonde evidenziando le piccole differenze di temperatura presenti nel fondo cosmico, la radiazione fossile del big bang. Per far questo gli strumenti a bordo di Planck sono raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto (-273,15°C). Planck è così in grado di rilevare differenze di temperature nella radiazione cosmica di fondo pari a un milionesimo di grado. Prima di iniziare la mappatura del cielo i responsabili di missione hanno fatto eseguire agli strumenti di bordo una survey di prova per verificarne il corretto funzionamento. In circa 15 giorni Planck ha così misurato il fondo a microonde di una regione di cielo in prossimità del piano galattico. Il risultato è la banda a più colori che è riprodotta, sullo sfondo della Galassia, nell'immagine in alto. I due quadrati individuano due particolari riprodotti in dettaglio nelle immagini in basso. Si tratta di una regione all'interno del piano galattico e di una posta a latitudini maggiori. La qualità delle immagini è definita eccellente dai responsabili di missione.










Credit: ESA, LFI & HFI Consortia (Planck), Background image: Axel Mellinger

giovedì 17 settembre 2009

Il pianeta roccioso di CoRoT - 7


Mesi di duro lavoro e di misure certosine hanno permesso di scoprire la natura rocciosa del pianeta extrasolare noto con la sigla CoRoT 7b. Grazie a misure incrociate di massa e diametro è stato, infatti, possibile determinare la densità del pianeta che è risultata essere molto simile a quella della Terra consentendo così di stabilirne la natura rocciosa. La scoperta di CoRoT -7b era stata annunciata lo scorso febbraio ma risale a cira dodici mesi prima durante i quali i recercatori hanno condotto una serie interminabile di oservazioni che hanno consentito di misurarne il diametro risultato essere di poco inferie a due volte quello terrestre. Individuato attorno a CoRoT -7, una stella di 1,5 miliardi di anni distante circa 500 anni luce nella costellazione dell'Unicorno e con massa e temperaruta di poco inferiori a quelle del Sole, il pianeta percorre in appena 20,4 ore un'orbita molto stretta di raggio di 2,5 milioni di chilometri (23 volte inferiore a quella di Mercurio). CoRoT -7b è stato scoperto col metodo dei transiti dal telescopio spaziale CoRoT, nato da una collaborazione fra Francia, ESA e altri Paesi e appositamente progettato per scoprire nuovi pianeti extrasolari. Grazie al fortunato allineamento del pianeta e della stella lungo la linea di vista con la Terra, il pianeta si trova periodicamente a transitare sul disco della stella determinando la caduta di luminosità di quest'ultima misurata da CoRoT, che ha pure consentito di stabilire il diametro del pianeta. Le sue ridotte dimensioni, circa 2 volte quelle della Terra, avevano fatto subito pensare che potesse trattarsi di un pianeta di tipo roccioso, ma in mancanza della misura della sua massa era impossibile stabilirlo con certezza. Per questa misura è stato allora utilizzato il telescopio di 3,6 metri dell'ESO che opera sotto i cieli bui di La Silla in Cile e lo spettrografo HARPS. Oltre 70 ore di osservazioni e di misure delle piccole variazioni della velocità radiale indotte sulla stella dall'attrazione gravitazionale del pianeta hanno consentito di determinarne la massa che è risultata essere di 5 masse tererstri e quindi la densità, tipica di un corpo roccioso. CoRoT - 7b va così a collocarsi nella ristretta categoria di pianeti extrasolari detti, per le loro caratteristiche di massa e dimensioni, "super Terre". La vicinanza alla stella fanno però di questo pianeta un mondo del tutto inadatto a ospitare la vita. Sulla superficie esposta alla radiazione della stella la temperatura raggiunge anche i 2000 gradi centigradi per scendere a meno 200 nella parte in ombra. I ricercatori dell'ESO hanno anche potuto individuare la presenza di un secondo pianeta nel sistema di CoRoT -7. Si tratta di un corpo, denominato CoRoT -7c, di circa 8 masse terrestri che orbita attorno alla stella in 3 giorni e 17 ore.

Credit: ESO/L. Calcada

lunedì 14 settembre 2009

L'occhio di Hubble di nuovo a lavoro

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulle potenzialità del telescopio spaziale Hubble dovrà ricredersi. I nuovi strumenti installati nel corso della missione di servizio dello Shuttle non solo sono perfettamente funzionanti ma, a giudicare dalle prime imamgini rilasciate dai ricercatori della NASA, promettono ancora lunghi anni di importanti risultati scientifici. Nel corso dei 19 anni di operatività, Hubble ha ricevuto ben quattro missioni di riparazione e sostituzione di strumenti e apparati tecnici. Ma i risultati vanno ben oltre le aspettative, garantendo agli astronomi di tutto il mondo di poter continuare a contare su uno strumento scientifico delle potenzialità del telescopio spaziale almeno fino al 2014, quando dovrebbe entrare in funzione il nuovo James Webb Space Telescope destinato a sostituire Hubble.



Le immagini rilasciate sono a dir poco spettacolari. Ne proponiamo quattro che ben danno l'idea di cosa potrà ancora produrre il telescopio spaziale con la nuova camera WFC3 installata dagli astronauti dello Shuttle.




La prima immagine è la nebulosa planetaria NGC 6302. La sua meravigliosa forma a farfalla è dovuta ai gas emessi da una stella di circa 5 masse solari giunta agli ultimi stadi del suo percorso evolutivo. Terminate le riserve di combustibile nucleare che ne hanno garantito la stabilità per miliardi di anni, la stella si libera degli strati più esterni mentre il suo nucleo si contrae a formare una nana bianca.




La seconda immagine è, invece, un particolare del famoso quintetto di Stephan. Si tratta di un gruppo di galassie interagenti. Dagli scontri e dalle fusioni reciproche si innescheranno processi di formazione stellare che porteranno alla nascita di milioni di nuove stelle.




Un particolare dell'ammasso globulare Omega Centauri è, invece, ripreso nella terza immagine. Omega Centauri è uno dei più grandi ammassi globulari della Galassia. Contiene centinaia di migliaia di stelle impacchettate in una regione relativamente piccola. Lo studio degli ammassi globulari è particolarmente importante perchè, trattandosi degli oggetti più antichi dell'universo, ci consentono di far luce sulle prime fasi dell'evoluzione delle stelle e delle galassie.




Infine, nella quarta immagine è visibile un particolare della Carina Nebula. Distante circa 7500 anni luce è una regione di intensa formazione stellare.




Credit: NASA, ESA and the Hubble SM4 ERO Team

venerdì 4 settembre 2009

In declino il magnetismo solare?



E' noto he il Sole sta vivendo uno dei minimi di attività più pronunciati e prolungati dell'ultimo secolo. La sua superficie appare desolatamente priva di macchie per intere settimane e anche mesi e fra i fisici solari sono ormai aperte le scommesse su quanto a lungo durerà questa situazione. Un recente studio di Bill Livingston del National Solar Observatory (NSO) in Arizona fa temere che l'attesa per la ripresa dell'attività solare possa durare ancora a lungo. I ricercatori del NSO hanno misurato l'intensità del campo magnetico delle macchie solari negli ultimi 17 anni ricavando un andamento di evidente declino. Estrapolando i dati si prevede che, perdurando la stessa tendenza, nel 2015 le macchie solari potrebbero sparire del tutto. L'esistenza delle macchie sulla superficie del Sole è strattamente legata al magnetismo solare. Infatti, le macchie si formano quando il campo magnetico solare è particolarmente intenso da bloccare parzialmente il flusso di calore proveniente dall'interno della stella, raffreddando localmente la superficie solare che appare perciò di colore più scuro rispetto alle regioni circostanti. L'indebolimento dell'intensità del magnetismo solare ha perciò dirette conseguenze sul numero e sulle dimensioni delle macchie. I dati del NSO sono incontrovertibili e accettati dall'intera comunità dei fisici solari. Più controversa è la possibilità di estrapolazione dei dati per elaborare previsioni future. Alcuni ricercatori fanno infatti notare come la tendenza evidenziata per il magnetismo solare possa essere una normalissima fase dell'andamento ciclico dell'attività della nostra stella e che perciò potrebbe non essere affatto premonitrice della scomparsa per lungo periodo delle macchie solari. D'altra parte, non sarebbe la prima volta, nemmeno in età storica, che le macchie solari spariscono per lunghi periodi. Ad esempio tra il 1645 e il 1715, per circa 70 anni, la superficie solare si mostrò quasi completamente priva di macchie. Quel periodo, noto come minimo di Maunder, fu caratterizzato sulla Terra da temperature particolarmente basse, tanto da far parlare di "piccola era glaciale".


Fonte: NASA

mercoledì 2 settembre 2009

La gemella della Via Lattea


Nonostante si mostri di taglio e ci appaia, dunque, con una caratteristica forma a sigaro, gli astronomi sono convinti che sia una galassia molto simile alla Via Lattea. Si tratta di NGC 4945, una galassia distante circa 13 milioni di anni luce nella costellazione del Centauro. Fu osservata per la prima volta sotto i cieli australiani dallo scozzese James Dunlop ed è oggi alla portata anche di telescopi di media apertura. Come la nostra galassia, anche NGC 4945 è una spirale i cui bracci si dipartono da una barra centrale con un nucleo molto luminoso. Al suo centro è ospitato un buco nero supermassiccio con massa dell'ordine dei milioni di masse solari. Proprio alla continua caduta di materia, gas e polveri, nel buco nero, risucchiata dal forte campo gravitazionale, è dovuta l'emissione di intensa radiazione che la fanno classificare come una galassia attiva. L'immagine è stata ottenuta col telescopio di 2,2 metri dell'ESO che opera sotto i bui cieli di La Silla in Cile. Il video invece è un montaggio di immagini, con campo progressivamente più ristretto ottenuti con vari telescopi, che ci porta, in un fantastico viaggio, nei pressi di NGC 4945.

Credit: ESO