mercoledì 27 gennaio 2010

Vani i tentativi di liberare Spirit, ma il rover non è morto


"Spirit non è morto: ha solo iniziato una nuova fase della sua vita". Le parole di Doug McCuistion, direttore del Mars Exploration Program della NASA, annunciano la decisione di abbandonare i tentativi di liberare il rover marziano dalla sabbia nella quale da circa 10 mesi è intrappolato. Spirit, dunque, non si muoverà più sulla superficie del pianeta rosso alla scoperta dei suoi segreti, ma continuerà a operare come piattaforma scientifica statica. E se riuscirà, come tutti sperano, a superare il duro inverno marziano, allora sarà ancora notevole il contributo scientifico che potrà dare per il miglioramento delle nostre conoscenze su Marte. Sono trascorsi 6 anni da quando Spirit, insieme al rover gemello Opportunity, toccò il suolo del pianeta iniziando un'avventura che, progettata per durare soli 3 mesi, ha contribuito in maniera determinante a cambiare, migliorandole, le nostre conoscenze su Marte. Grazie alle immagini, alle analisi, alle osservazioni che i due rover hanno condotto direttamente sul suolo marziano, oggi sappiamo con certezza che un tempo sul pianeta scorrevano fiumi che confluivano in grandi bacini, conosciamo con un dettaglio senza precedenti le caratteristiche fisico chimiche delle sue rocce e della sabbia che ne ricopre la superficie, abbiamo potuto studiare come mai in precedenza la meteorologia e la composizione della pur tenue atmosfera, abbiamo perfino potuto analizzare alcuni meteoriti precipitati in epoche remote su Marte. In questi sei anni i due rover hanno percorso vari chilometri in una marcia che li ha condotti a scalare colline, a scendere all'interno di crateri, a superare ostacoli più o meno grandi. Fino a quando, 10 mesi fa, Spirit è incappato in un terreno sabbioso nel quale è rimasto intrappolato. Anche a causa del malfunzionamento di una delle sei ruote sulle quali si sposta, tutti i tentativi di liberarlo sono stati vani e oggi, anche alla luce delle avverse condizioni climatiche dell'ormai prossimo inverno e della ridotta capacità di produzione di energia elettrica da parte dei pannelli solari di cui è dotato, i tecnici della NASA hanno preso la dolorosa ma necessaria decisione di abbandonare i tentativi di liberare il rover e di utilizzare tutte le risorse energetiche residue per l'unico obiettivo di superare la stagione rigida. Ma se questo obiettivo sarà raggiuto, se Spirit sopravviverà all'inverno marziano, allora lo attenderà una nuova stagine di grandi ricerche: lo studio delle variazioni nella rotazione del pianeta per comprenderne la composizione interna, l'analisi dell'atmosfera e del clima locale, l'analisi del suolo e delle rocce circostanti. Se Spirit riuscirà in tutto ciò allora, se possibile, ancora più grande sarà la gratitudine che l'intera comunità scientifica gli tributerà.

Credit: NASA/JPL-Caltech

venerdì 22 gennaio 2010

Una collisione fra asteroidi?


Quella che apparentemente si mostra come una cometa come tante in orbita attorno al Sole potrebbe alla fine rivelarsi come la prima testimonianza in diretta di uno scontro fra asteroidi. Lo scorso 6 gennaio la rete LINEAR (Lincoln Near Earth Asteroid Research) dedicata alla rilevazione di asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra ha scoperto un oggetto, denominato P/2010 A2, che, presentandosi con una lunga coda, è stato subito classificato come cometa. L'oggetto percorre un'orbita poco eccentrica all'interno della fascia degli asteroidi, una regione di spazio compresa fra le orbite di Marte e Giove con migliaia di corpi rocciosi dalle dimensioni più varie, da pochi metri fino a centinaia di chilometri. E' stata, però, proprio l'orbita percorsa da P/2010 A2 a far sorgere qualche dubbio sulla sua reale natura. Di solito, infatti, le comete percorrono orbite di elevata ellitticità che le porta ad avvicinarsi molto al Sole per poi allontanarsene fino a regioni molto remote. Proprio nella fase di maggior avvicinamento si assiste alla formazione della coda, provocata dall'azione della radiazione solare sui composti volatili delle comete. Gli astronomi hanno perciò avanzato l'ipotesi che la coda mostrata da P/2010 A2 potesse essere una lunga scia di detriti formatisi a seguito di uno scontro fra due asteroidi. Ipotesi che pare aver trovata una prima conferma dalla scoperta nelle vicinanze di P/2010 A2 di un corpo roccioso di dimensioni pari a circa 200 metri, che si muove nella stessa direzione e con la stessa velocità della coda e che potrebbe essere perciò il frammento di maggiori dimensioni formatosi a seguito dello scontro. Saranno, tuttavia, necessarie ulteriori osservazioni per trovare conferme all'ipotesi dello scontro che, in questo caso, sarebbe il primo fra asteroidi a essere stato osservato quasi in diretta.

Credit: Jim Scotti

mercoledì 20 gennaio 2010

Ricostruita la storia della formazione stellare in una piccola galassia


Combinando le osservazioni del telescopio spaziale Hubble con i dati ottenuti col radiotelescopio VLA (Very Large Array) un team di astronomi guidato da Benjamin Williams è riuscito a ricostruire la storia della formazione stellare di NGC 2976, una piccola galassia irregolare distante 12 milioni di anni luce nella costellazione dell'Orsa Maggiore. La galassia presenta alcune peculiarità sia morfologiche, priva com'è di bracci a spirale, sia evolutive, presentando un tasso di formazione stellare molto basso, con processi per altro concentrati quasi esclusivamente in una regione di non più di 5mila anni luce di diametro intorno al buco nero centrale. Grazie alla sensibilità dell'occhio di Hubble, gli astronomi sono riusciti a studiare singole stelle all'interno della galassia, determinandone le caratteristiche fisiche e l'età. Da qui la scoperta che i processi di formazione stellare sono del tutto assenti nelle regioni più esterne e molto ridotti in quelle interne. La spiegazione può essere cercata nell'interazione gravitazionale che la galassia ha subito con i membri di maggiori dimensioni dell'ammasso cui appartiene anche M81. A seguito degli incontri ravvicinati, il gas delle regioni più esterne fu strappato via, mentre all'interno del disco fu spinto verso il centro ad alimentare la voracità del buco nero centrale. L'attività di formazione stellare nelle regioni interne è comunque molto ridotto e, dalle stime degli astronomi, non durerà che per altri 500 milioni di anni. Un tale processo è già stato descritto dai modelli teorici e le recenti osservazioni di NGC 2976 paiono confermarli.

Credit: NASA, ESA, and J. Dalcanton and B. Williams (University of Washington, Seattle)

domenica 10 gennaio 2010

Ancora un "piccolo" pianeta


Mentre Kepler, la sonda della NASA progettata e realizzata per essere in grado di rilevare pianeti extrasolari di taglia terrestre, continua la sua attività di ricerca, anche i grandi telescopi terrestri sonno attivamente impegnati nella caccia a nuovi mondi. E', ad esempio, il caso del grande telescopio Keck che opera sotto i cristallini cieli delle Hawaii: grazie allo spettrografo HiRES (High Resolution Echelle Spectrograph) un team di astronomi guidato da Andrew Howard ha annunciato la scoperta di un pianeta, HD156668b questa la sigla che lo identifica, di appena 4 masse terrestri che ruota in poco più di 4 giorni attorno a una stella distante circa 80 anni luce nella costellazione di Ercole. La sua ridotta massa lo pone al secondo posto fra quelli più piccoli fino ad ora individuati. La sua scoperta è stata possibile grazie alla tecnica delle velocità radiali, misurando cioè le piccole pertubazioni indotte sul moto della stella dalla pur tenue attrazione gravitazionale esercitata dal pianeta. La sua ridotta distanza dalla stella lo rende un mondo estramamente caldo e inospitale, ma lo studio delle sue caratteristiche può comunque fornire importantissime informazioni sui processi che portano alla formazione e successiva migrazione dei corpi nei sistemi planetari.

Credit: NASA, ESA, and G. Bacon (STSci)

mercoledì 6 gennaio 2010

I "semi" delle galassie


Ben 5 gruppi internazionali di astronomi hanno annunciato l'osservazione delle galassie più distanti mai individuate. Utilizzando la Wide Field Camera 3 (WFC3) installata sul telescopio spaziale Hubble durante l'ultima missione di servizio, gli astronomi hanno ottenuto le immagini di almeno 29 oggetti galattici di cui dodici con redshift pari a 6.3 e altre quattro con redshift superiore a 7. Ciò porta a stimare le loro distanze in circa 13 miliardi di anni luce, il che significa che queste galassie popolavano l'universo già 800 milioni di anni dopo la sua fromazione. Si tratta di giovani galassie blu di dimensioni inferiori a un decimo di quelle della Via Lattea e con masse non superiori a qualche per cento di quella della nostra galassia. "L'osservazione è stata possibile - afferma l'astronomo scozzese Ross McLure - grazie all'eccezionale sensibilità nell'infrarosso della WFC3". Oltra a stabilire il record di distanza per le galassie, la scoperta fornisce importanti informazioni sui processi di formazione ed evoluzione dell'universo primordiale. In particolare, la scoperta di galassie piccole ma già formate nell'universo distante segna un punto a favore del modello di accrescimento gerarchico delle galassie secondo il quale le grandi galassie che popolano l'universo locale si sono formate a seguito degli scontri e delle fusioni che hanno subito quelle più piccole. Inoltre, la presenza di galassie già 800 milioni di anni dopo il big bang significa che i processi di formazione stellare devono essere cominciati prima di quanto fino ad ora ritenuto. Infine, lo studio delle galassie individuate da Hubble permette di ricavare informazioni sui meccanismi che portarono alla reionizzazione dell'universo, un evento verificatosi tra 400 e 900 milioni di anni dopo il big bang quando l'energia liberata dalle prime stelle strappò elettroni all'idrogeno neutro che allora riempiva l'universo rendendolo trasparente alla radiazione.

Credit: NASA

martedì 5 gennaio 2010

Kepler scopre cinque nuovi pianeti extrasolari

Kepler ha scoperto cinque nuovi pianeti extrasolari portando a otto il numero totale di quelli fino ad oggi individuati dalla sonda della NASA. L'annuncio è stato dato dal responsabile scientifico della missione William Borucki nel corso di una conferenza stampa tenuta a Washington presso l'American Astronomical Society. Lanciata il 9 marzo 2009, Kepler è stata progettata e realizzata allo scopo di individuare pianeti extrasolari di taglia terrestre nella fascia di abitabilità di un campione di 150mila stelle che costituiscono il suo traget osservativo. I 5 pianeti recentemente scoperti, denominati rispettivamente Kepler 4b, 5b, 6b, 7b e 8b, in realtà non possiedono affatto caratteristiche propriamente "terrestri": hanno, infatti, masse comprese fra quella di Nettuno e Giove, periodi orbitali compresi fra 3 e 5 giorni e temperature di molte migliaia di gradi, tanto da rendere impossibile la presenza di qualsiasi forma di vita su una loro ipotetica superficie. La scoperta è, però, un'importante conferma delle potenzialità di Keplere e lascia ben sperare circa le concrete potenzialità della sonda di centrare gli obiettivi scientifici per i quali è stata costruita.

Credit: NASA

lunedì 4 gennaio 2010

Spirit in difficoltà


Sono trascorsi 6 anni da quando il 3 gennaio del 2004 il rover Spirit della NASA toccava il suolo marziano seguito, 3 settimane dopo, dal suo gemello Opportunity. Entrambi i rover avevano una vita programmata di appena tre mesi, ma la loro operatività ha superato ogni più rosea aspettativa consentendo, in sei anni di intensa attività di ricerca scientifica, di ottenere risultati di straordinaria importanza nel campo delle nostre conoscenze sul pianeta rosso. I rover hanno percorso la superficie marziana per svariati chilometri, ne hanno analizzato la composizione, studiato le rocce e i sedimenti, hanno permesso di accertare la presenza di abbondante acqua nel passato del pianeta. Ora, però, la sopravvivenza di Spirit è a forte rischio. Da circa 6 mesi il rover è intrappolato in un terreno sabbioso dal quale non riesce a emergere. Tutti i tentativi operati dai tecnici di missione sono stati vani, complicati dal cattivo funzionamento di almeno due delle sei ruote su cui si sposta il rover. In realtà, anche da fermo Spirit ha continuato le sue attività scientifiche. Il problema è che è ormai prossimo il rigido inverno marziano. Nei precedenti tre inverni già affrontati dai rover, la sopravvivenza è stata loro garantita dal posizionamento dei loro pannelli solari rivolti in modo tale da massimizzare la capacità di raccolta della radiazione. Con Spirit bloccato però i tecnici della NASA non sono affatto sicuri di riuscire nuovamente nell'impresa. In mancanza di sufficiente energia per riscaldare i delicati sistemi di bordo difficilmente Spirit riuscirà a sopravvivere. Nelle prossime settimane è stato convocato un vertice operativo per decide il da farsi in base principalmente a valutazioni di costi/benefici. Ogni tentativo per salvare Spirit ha, infatti, costi elevati e, dato il limitato budget disponibile, ogni decisione va presa considerando le possibilità di ritorno in termini di risultati scientifici conseguibili. Noi tutti facciamo il tifo per Spirit!
Credit: NASA

On line il nuovo numero de "L'Astrofilo"


Puntuale come ogni mese è in distribuzione gratuita il nuovo numero della rivista telematica "L'Astrofilo". E insieme al numero 14 di gennaio 2010 della rivista viene distribuito anche la seconda uscita dei fumetti scientifici. Il numero di gennaio si arricchisce di un nuova rubrica destinata agli appassionati delle osservazioni del profondo cielo. Inoltre la sezione dedicata alle effemeridi è più ricca e completa che mai. Buona lettura a tutti.

venerdì 25 dicembre 2009

Buone Feste!!!



Non prima di aver ricordato a tutti gli appassionati la pur non particolarmente visibile eclissi parziale di Luna del prossimo 31 dicembre, ci congediamo per qualche giorno di (meritato!!!) riposo. A tutti i più sinceri auguri di buone feste e un ottimo 2010.


cieli sereni

sabato 19 dicembre 2009

Lo scontro che "accese" il buco nero


Grazie ai progressi della ricerca astronomica degli ultimi decenni è stato possibile stabilire come al centro delle galassie siano ospitati buchi neri la cui massa è dell’ordine dei milioni o anche miliardi di masse solari. Il legame fra buco nero centrale e galassia ospite pare essere molto forte, tanto che secondo alcuni modelli la massa del buco nero è strettamente correlata ai processi evolutivi cui la galassia è andata incontro nel corso di miliardi di anni. I buchi neri centrali accrescono la propria massa divorando grandi quantità di materia catturata dal loro intenso campo gravitazionale. I gas e le polveri prima di precipitare nel buco nero si dispongono su un disco detto di accrescimento lungo il quale, spiraleggiando, si riscaldano. Il processo libera enormi quantità di energia, e parte della materia viene espulsa lungo due getti in direzioni opposte. L’intensità del processo è strettamente correlata alla quantità di materia disponibile: maggiore è la quantità di gas che precipita nel buco nero tanto più intensa sarà l’energia emessa. Lo studio dei nuclei galattici attivi (AGN) è particolarmente importante perché fornisce fondamentali informazioni sul legame esistente fra buchi neri centrali e galassie ospiti. A tal scopo un gruppo internazionale di astronomi ha utilizzato tre dei migliori strumenti disponibili per le osservazioni per studiare una coppia di galassie interagenti, NGC 6872 e IC 4970 distanti circa 180 milioni di anni luce nella costellazione australe del Pavone. Combinando le osservazioni dei telescopi spaziali Chandra in banda X e Spitzer nell’infrarosso e quelle del VLT nella regione del visibile dello spettro elettromagnetico, gli astronomi hanno ottenuto l’immagine nella quale è chiaramente visibile il processo di fusione in atto fra le due galassie. Delle due galassie IC 4970 è quella visibile in alto a sinistra ed era già noto che al suo interno vi fosse un nucleo particolarmente attivo. Anzi, la grande quantità di energia emessa dal buco nero centrale non riusciva a essere spiegata considerando il solo gas presente in IC 4970. Il “mistero” trova spiegazione considerando proprio il processo di fusione in atto fra le due galassie. L’attrazione gravitazionale di IC 4970 ha strappato grandi quantità di gas a NGC 6872 ed è proprio questa materia che contribuisce in maniera determinante all’attività del buco nero.

Credit: X-ray: NASA/CXC/SAO/M.Machacek; Optical: ESO/VLT; Infrared: NASA/JPL/Caltech

mercoledì 16 dicembre 2009

Gli auguri di Hubble


In tempo per le ormai prossime festività natalizie i ricercatori della NASA hanno rilasciato una splendida immagine dell'ammasso R136 situato nella Grande Nube di Magellano (LMG, Large magellanic galaxy) all'interno della vasta regione di formazione stellare nota come 30 Doradus. La Grande Nube di Magellano è, insiema alla Piccola Nube di Magellano (SMG), una galassia satellite della Via Lattea. Visibili dai cieli astruali, le due piccole galassie sono sede di intensi processi di formazione stellare innescati probabilmente dall'interazione gravitazionale con la nostra galassia. La regione, ripresa con la Wide Field Camera 3 (WFC3) recentemente installata sul telescopio spaziale Hubble, si estende per circa 100 anni luce. Al suo interno sono visibili numerose giovani e calde stelle di colore blu che si dispongono in una peculiare forma che sembra ricordarci quella di un albero di natale. Queste stelle hanno massa pari a decine di volte quella del Sole e sono perciò destinate a esplodere come supernovae nel giro di qualche decina di milioni di anni. Intanto però, l'intensa radiazione che emettono sta scavando e modellando la nube di gas in cui sono immerse, provocando delle onde d'urto che innescheranno a loro volta nuovi processi di formazione stellare.

Credit: NASA, ESA, F. Paresce (INAF-IASF, Bologna, Italy), R. O’Connell (University of Virginia, Charlottesville), and the Wide Field Camera 3 Science Oversight Committee

martedì 15 dicembre 2009

Stelle elettrodeboli


Autore: Michele Ferrara


Nello zoo degli oggetti astrofisici si affaccia un nuovo oggetto: la stella elettrodebole. E' questo il termine utilizzato da un team di ricercatori guidati da Glenn Starkman, professore di Fisica alla Case Western Reserve University, per definire un particolare stadio di transizione che una stella massiccia oltre due volte il Sole può attraversare prima di trasformarsi in un buco nero al termine della sua esistenza. Un'accurata descrizione teorica della struttura delle stelle elettrodeboli è contenuta in un lavoro, sottoposto dal gruppo di Starkman alla Physical Review Letters, nel quale si afferma che nel momento in cui una stella massiccia prende a collassare verso lo stadio di buco nero, infrangendo dunque la resistenza opposta dalla pressione dei neutroni ormai schiacciati gli uni contro gli altri, raggiunge una soglia in cui i quark, liberati dalla rottura dei neutroni e rappresentanti di una delle due famiglie di particelle elementari che compongono tutta la materia, iniziano a convertirsi in leptoni, l'altra famiglia di particelle che forma la materia e che include elettroni e neutrini. La capacità di questi ultimi di trasportare energia è maggiore rispetto a quella delle particelle originarie e accade così che nel nucleo del costituendo buco nero si genera un nuovo tipo di pressione che sostituisce quella tipica della nucleosintesi che alimenta le stelle durante la loro vita. Il collasso stellare pertanto si ferma e questa fase può durare anche più di 10 milioni di anni, dopo di che, se nel frattempo l'astro non è riuscito a perdere sufficiente massa proprio attraverso la nuova forma di radiazione, il collasso riprenderà rapidamente fino alla creazione di un buco nero. Stante il lungo periodo della fase di stella elettrodebole e considerando che elettroni e neutrini trasportano una quantità di energia misurabile, Starkman e colleghi ipotizzano la possibilità di rivelare questo particolare tipo di stelle, anche se distinguerle chiaramente da altri oggetti non sarà facile. La sfida è lanciata.
Credit: CWRU, AAAS

mercoledì 9 dicembre 2009

Hubble fotografa l'universo neonato


Installata dagli astronauti dello Shuttle durante la missione di servizio al telescopio spaziale Hubble dello scorso maggio, la Wide Field Camera 3 (WFC3) continua a dare prova delle sue straordinarie capacità nell'osservazione e nello studio di oggetti estremamente deboli. Durante una sessione osservativa di durata complessiva di 173mila secondi, la WFC3 ha ripreso galassie distanti poco più di 12 miliardi di anni luce che popolvano, dunque, l'universo in un'epoca successiva al big bang di soli 900 milioni di anni. Si tratta di un'immagine "profonda" ottenuta nella regione infrarossa dello spettro elettromagnetico. Questo perchè la radiazione emessa dalle giovani stelle nel visibile e nell'ultravioletto ha subito, durante il suo lungo viaggio, un considerevole spostamento verso l'infrarosso a causa dell'espansione dell'universo. Immagini come questa ottenuta dalla WFC3 contribuiscono allo studio dei meccanismi che hanno portato alla formazione delle galassie nell'universo primordiale e allo loro successiva evoluzione.

Credit: NASA, ESA, G. Illingworth (UCO/Lick Observatory and the University of California, Santa Cruz), R. Bouwens (UCO/Lick Observatory and Leiden University) and the HUDF09 Team

Le megastelle esistono!

Autore: Michele Ferrara

Che massa può raggiungere una stella di Sequenza Principale? Almeno 200 masse solari! Ebbene sì. Dopo anni di studi alla ricerca di megastelle, dopo la scoperta di possibili candidati che si sono il più delle volte rivelati non singole stelle bensì stelle multiple, dopo che sembrava accertata l'inesistenza di astri oltre le 140 masse solari, limite oltre il quale (ma anche al di sotto del quale) le stelle perdono enormi quantità di materia, trasformandosi rapidamente in astri più normali, ecco che i risultati di uno studio accurato sulla supernova SN2007bi, pubblicati su Nature del 3 dicembre scorso, dimostrano che la stella progenitrice di quell'esplosione aveva la bellezza di circa 200 masse solari. Che la SN2007bi dovesse avere un progenitore particolarmente massiccio lo si era già sospettato per via della straordinaria luminosità raggiunta (50-100 volte più di una normale supernova), che aveva reso possibile studiarla per un periodo insolitamente lungo: un paio d'anni. Inoltre, vi erano teorie che da decenni prevedevano l'esistenza di megastelle. Quale miglior candidato? A studiarlo con i più potenti telescopi disponibili è stato un team internazionale di ricercatori guidato da Avishay Gal-Yam (Weizmann Institute of Science, Israel), team del quale ha fatto parte anche l'italiano Paolo Mazzali (in forza al Max-Planck Institute for Astrophysics). I risultati della ricerca sono molto interessanti perché svelano che le supernovae generate da oggetti oltre le 140-150 masse solari hanno un innesco totalmente diverso dalle supernovae per noi normali: in queste ultime, i processi di fusione termonucleare procedono fino alla sintesi del ferro, elemento che invece di concorrere alla produzione di elementi più pesanti e quindi nuova energia per sostenere la compressione della stella, richiede a sua volta energia, portando la stella al collasso. Nel progenitore del nuovo tipo di supernova, invece, quando la sintesi degli elementi porta il nucleo ad essere costituito prevalentemente di ossigeno, l'enorme pressione innesca un rilascio di fotoni estremamente energetici, che favoriscono la creazione di coppie elettroni/positroni. La successiva annichilazione delle due particelle produce uno scompenso nella pressione che dal nucleo sale verso gli strati esterni della megastella, che d'improvviso collassa innescando un'altrettanto improvvisa fusione dell'ossigeno che produce una tale energia da far esplodere totalmente l'astro, senza che rimanga nulla al suo posto, oltre alla materia eiettata in rapidissima espansione. Dunque, né buco nero né pulsar restano a testimonianza del collasso.Nell'universo attuale le megastelle dovrebbero essere molto rare, ma in quello primordiale rappresentavano probabilmente la popolazione più numerosa e con la loro esplosione hanno avviato l'arricchimento metallico del mezzo interstellare.
Credit: NASA/CXC/NCSU/S.Reynolds et al

mercoledì 2 dicembre 2009

Iris Nebula: la polvere non è mai stata così bella!

Sir William Herschel è stato uno dei più assidui osservatori del cielo. Oltre alla scoperta del pianeta Urano, a lui si devono le osservazioni di decine di oggetti celesti che ancora oggi continuano a essere "preda" di appassionati di tutto il mondo. Fra le nebulose da lui individuate c'è NGC 7023, nota come Iris Nebula. Osservata per la prima volta nel 1794, dista circa 1400 anni luce nella costellazione di Cefeo. Le sue dimensioni sono stimate in circa 6 anni luce. Si tratta di una nebulosa a riflessione: la luce che osserviamo è quella di una stella vicina, denominata HD 200775, diffusa dalle particelle di polveri, di dimensioni da 10 a 100 volte più piccole dei granelli di polvere che si depositano nelle nostre case, di cui è ricca la Iris Nebula. Al contrario, le nebulose a emissione emettono la radiazione luminosa quando le particelle di gas che le compongono vengono eccitate. NGC 7023 è una nebulosa ricca di polveri. E se le polveri interstellari sono generalmente molto mal viste dagli astronomi in quanto impediscono di osservare gli oggetti più distanti, nel caso delle nebulose a riflessione, come la Iris Nebula, possono darci importanti informazioni sui meccanismi di formazione stellare. Normalmente le nebulose a riflessione tendono ad apparirci di colore blu. Nel caso della Iris Nebula il colore dominante è però il rosso probabilmente dovuto alla presenza di una qualche sostanza, probabilmente un idrocarburo. Le splendide immagini dell'area circostante NGC 7023 e di una regione al suo interno sono state ottenute dal telescopio spaziale Hubble e consentiranno di determinare meglio la composizione della Iris Nebula.

Credit: NASA/ESA