venerdì 12 febbraio 2010

Le aurore di Saturno


Il fortunato allineamento con cui il pianeta presenta ogni 15 anni ha permesso al telescopio spaziale Hubble di riprendere delle splendide immagini di Saturno. Il signore degli anelli mostra entrambi i poli abbelliti dai magici giochi di luce di due aurore.

Credit: NASA/ESA

venerdì 5 febbraio 2010

Una coppia di quasar


Le osservazioni del telescopio spaziale Chandra che opera nella regione X dello spettro elettromagnetico hanno consentito per la prima volta di ottenere un'immagine dettagliata di una coppia di quasar all'interno di una struttura galattica formatasi a seguito dello scontro e successiva fusione di due galassie distanti più di 4 miliardi e mezzo di anni luce nella costellazione della Vergine. I due quasar sono separati da una distanza di appena 70mila anni luce e nell'immagine ottica sovrapposta a quella ottenuta in banda X da Chandra sono chiaramente visibili le code mareali di stelle e materia strappate alle gallassie a seguito dello scontro. I quasar sono sede di intense emissioni X che si generano quando grandi quantità di materia vengono risucchiate dai buchi neri posti al centro delle galassie, disponendosi lungo dischi di accrescimenti dove, riscaldandosi emettono radiazione X. Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori guidato da Paul Green, ha confermato l'ipotesi che a seguito degli scontri fra galassie i quasar vengono alimentati da grandi quantità di gas aumentando notevolmente la propria attività. "I quasar sono fra gli oggetti più luminosi che si conoscano - afferma Green - ma nonostante ne siano stati scoperti più di un milione è la prima volta che ne vengono osservati du così vicini ."
Credit: X-ray (NASA/CXC/SAO/P. Green et al.), Optical (Carnegie Obs./Magellan/W.Baade Telescope/J.S.Mulchaey et al.)

mercoledì 3 febbraio 2010

La scintillante bellezza di NGC3603


Il potente occhio del Very Large Telescope dell'ESO che opera dai cristallini e bui cieli del Cile ha ottenuto una immagine di stupefacente bellezza di NGC3603, una regione di intensa formazione stellare distante circa 22mila anni luce dalla Terra. Avvolte da estese nubi gassose sono visibili migliaia di stelle neonate la cui età viene stimata in non più di un milione di anni. NCG3603 rappresenta un ottimo banco di prova per i modelli di formazione ed evoluzione stellare; tali processi pur essendo molto comuni in tutte le galassie, sono difficilmente osservabili con il dettaglio che invece, grazie alla sua relativa vicinanza, è possibile in NGC3603. La forma stessa con cui la nebulosa si presenta è dovuta all'intensa radiazione emessa dalle giovani e calde stelle che scolpisce e modella le estese formazioni gassose. Al loro interno è possibile osservare stelle a vari stadi della loro evoluzione, da quelle che hanno avanti a sè ancora miliardi di anni di vita ad alcune ormai prossime a esplodere come supernovae. Infatti, la durata della vita delle stelle dipende dalla loro massa: più sono massicce più breve sarà la loro vita. Ad esempio, una stella piccola come il Sole può vivere fino a 10 miliardi di anni, mentre le stelle molto più massicce esplodono come supernovae nel giro di qualche milione di anni. Le stelle di NGC3603, pur essendo nate tutte più o meno contemporaneamente, si presentano con masse, e dunque durate della vita, anche molto diverse le une dalle altre. Si va da stelle di massa anche più piccola di quella del Sole a giganti pesanti decine di masse solari. In particolare, sono state individuate tre stelle di tipo Wolf-Rayet, stelle estremamente brillanti e massicce che espellono grandi quantità di materia prima di esplodere. Grazie alle osservazioni condotte con il VLT è stato possibile accertare la presenza di quella che è ritenuta la più massiccia stella della Galassia: una gigante di 120 masse solari in un sistema binario la cui compagna è pure essa una gigante di 86 masse solari.

Credit: ESO

lunedì 1 febbraio 2010

Il nuovo numero de "L'Astrofilo"


Puntuale come ogni mese è scaricabile gratuitamente il numero 15 di febbraio della rivista telematica di astronomia "L'ASTROFILO". Ricco come sempre di articoli utili sia ai neofiti che agli appassionati esperti, il nuovo numero è accompagnato dalla terza uscita del fumetto scientifico. Inoltre il sito on line della rivista si arricchisce ancor più di contenuti con aggiornamenti quasi quotidiani della sezione dedicate alle news.

mercoledì 27 gennaio 2010

Vani i tentativi di liberare Spirit, ma il rover non è morto


"Spirit non è morto: ha solo iniziato una nuova fase della sua vita". Le parole di Doug McCuistion, direttore del Mars Exploration Program della NASA, annunciano la decisione di abbandonare i tentativi di liberare il rover marziano dalla sabbia nella quale da circa 10 mesi è intrappolato. Spirit, dunque, non si muoverà più sulla superficie del pianeta rosso alla scoperta dei suoi segreti, ma continuerà a operare come piattaforma scientifica statica. E se riuscirà, come tutti sperano, a superare il duro inverno marziano, allora sarà ancora notevole il contributo scientifico che potrà dare per il miglioramento delle nostre conoscenze su Marte. Sono trascorsi 6 anni da quando Spirit, insieme al rover gemello Opportunity, toccò il suolo del pianeta iniziando un'avventura che, progettata per durare soli 3 mesi, ha contribuito in maniera determinante a cambiare, migliorandole, le nostre conoscenze su Marte. Grazie alle immagini, alle analisi, alle osservazioni che i due rover hanno condotto direttamente sul suolo marziano, oggi sappiamo con certezza che un tempo sul pianeta scorrevano fiumi che confluivano in grandi bacini, conosciamo con un dettaglio senza precedenti le caratteristiche fisico chimiche delle sue rocce e della sabbia che ne ricopre la superficie, abbiamo potuto studiare come mai in precedenza la meteorologia e la composizione della pur tenue atmosfera, abbiamo perfino potuto analizzare alcuni meteoriti precipitati in epoche remote su Marte. In questi sei anni i due rover hanno percorso vari chilometri in una marcia che li ha condotti a scalare colline, a scendere all'interno di crateri, a superare ostacoli più o meno grandi. Fino a quando, 10 mesi fa, Spirit è incappato in un terreno sabbioso nel quale è rimasto intrappolato. Anche a causa del malfunzionamento di una delle sei ruote sulle quali si sposta, tutti i tentativi di liberarlo sono stati vani e oggi, anche alla luce delle avverse condizioni climatiche dell'ormai prossimo inverno e della ridotta capacità di produzione di energia elettrica da parte dei pannelli solari di cui è dotato, i tecnici della NASA hanno preso la dolorosa ma necessaria decisione di abbandonare i tentativi di liberare il rover e di utilizzare tutte le risorse energetiche residue per l'unico obiettivo di superare la stagione rigida. Ma se questo obiettivo sarà raggiuto, se Spirit sopravviverà all'inverno marziano, allora lo attenderà una nuova stagine di grandi ricerche: lo studio delle variazioni nella rotazione del pianeta per comprenderne la composizione interna, l'analisi dell'atmosfera e del clima locale, l'analisi del suolo e delle rocce circostanti. Se Spirit riuscirà in tutto ciò allora, se possibile, ancora più grande sarà la gratitudine che l'intera comunità scientifica gli tributerà.

Credit: NASA/JPL-Caltech

venerdì 22 gennaio 2010

Una collisione fra asteroidi?


Quella che apparentemente si mostra come una cometa come tante in orbita attorno al Sole potrebbe alla fine rivelarsi come la prima testimonianza in diretta di uno scontro fra asteroidi. Lo scorso 6 gennaio la rete LINEAR (Lincoln Near Earth Asteroid Research) dedicata alla rilevazione di asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra ha scoperto un oggetto, denominato P/2010 A2, che, presentandosi con una lunga coda, è stato subito classificato come cometa. L'oggetto percorre un'orbita poco eccentrica all'interno della fascia degli asteroidi, una regione di spazio compresa fra le orbite di Marte e Giove con migliaia di corpi rocciosi dalle dimensioni più varie, da pochi metri fino a centinaia di chilometri. E' stata, però, proprio l'orbita percorsa da P/2010 A2 a far sorgere qualche dubbio sulla sua reale natura. Di solito, infatti, le comete percorrono orbite di elevata ellitticità che le porta ad avvicinarsi molto al Sole per poi allontanarsene fino a regioni molto remote. Proprio nella fase di maggior avvicinamento si assiste alla formazione della coda, provocata dall'azione della radiazione solare sui composti volatili delle comete. Gli astronomi hanno perciò avanzato l'ipotesi che la coda mostrata da P/2010 A2 potesse essere una lunga scia di detriti formatisi a seguito di uno scontro fra due asteroidi. Ipotesi che pare aver trovata una prima conferma dalla scoperta nelle vicinanze di P/2010 A2 di un corpo roccioso di dimensioni pari a circa 200 metri, che si muove nella stessa direzione e con la stessa velocità della coda e che potrebbe essere perciò il frammento di maggiori dimensioni formatosi a seguito dello scontro. Saranno, tuttavia, necessarie ulteriori osservazioni per trovare conferme all'ipotesi dello scontro che, in questo caso, sarebbe il primo fra asteroidi a essere stato osservato quasi in diretta.

Credit: Jim Scotti

mercoledì 20 gennaio 2010

Ricostruita la storia della formazione stellare in una piccola galassia


Combinando le osservazioni del telescopio spaziale Hubble con i dati ottenuti col radiotelescopio VLA (Very Large Array) un team di astronomi guidato da Benjamin Williams è riuscito a ricostruire la storia della formazione stellare di NGC 2976, una piccola galassia irregolare distante 12 milioni di anni luce nella costellazione dell'Orsa Maggiore. La galassia presenta alcune peculiarità sia morfologiche, priva com'è di bracci a spirale, sia evolutive, presentando un tasso di formazione stellare molto basso, con processi per altro concentrati quasi esclusivamente in una regione di non più di 5mila anni luce di diametro intorno al buco nero centrale. Grazie alla sensibilità dell'occhio di Hubble, gli astronomi sono riusciti a studiare singole stelle all'interno della galassia, determinandone le caratteristiche fisiche e l'età. Da qui la scoperta che i processi di formazione stellare sono del tutto assenti nelle regioni più esterne e molto ridotti in quelle interne. La spiegazione può essere cercata nell'interazione gravitazionale che la galassia ha subito con i membri di maggiori dimensioni dell'ammasso cui appartiene anche M81. A seguito degli incontri ravvicinati, il gas delle regioni più esterne fu strappato via, mentre all'interno del disco fu spinto verso il centro ad alimentare la voracità del buco nero centrale. L'attività di formazione stellare nelle regioni interne è comunque molto ridotto e, dalle stime degli astronomi, non durerà che per altri 500 milioni di anni. Un tale processo è già stato descritto dai modelli teorici e le recenti osservazioni di NGC 2976 paiono confermarli.

Credit: NASA, ESA, and J. Dalcanton and B. Williams (University of Washington, Seattle)

domenica 10 gennaio 2010

Ancora un "piccolo" pianeta


Mentre Kepler, la sonda della NASA progettata e realizzata per essere in grado di rilevare pianeti extrasolari di taglia terrestre, continua la sua attività di ricerca, anche i grandi telescopi terrestri sonno attivamente impegnati nella caccia a nuovi mondi. E', ad esempio, il caso del grande telescopio Keck che opera sotto i cristallini cieli delle Hawaii: grazie allo spettrografo HiRES (High Resolution Echelle Spectrograph) un team di astronomi guidato da Andrew Howard ha annunciato la scoperta di un pianeta, HD156668b questa la sigla che lo identifica, di appena 4 masse terrestri che ruota in poco più di 4 giorni attorno a una stella distante circa 80 anni luce nella costellazione di Ercole. La sua ridotta massa lo pone al secondo posto fra quelli più piccoli fino ad ora individuati. La sua scoperta è stata possibile grazie alla tecnica delle velocità radiali, misurando cioè le piccole pertubazioni indotte sul moto della stella dalla pur tenue attrazione gravitazionale esercitata dal pianeta. La sua ridotta distanza dalla stella lo rende un mondo estramamente caldo e inospitale, ma lo studio delle sue caratteristiche può comunque fornire importantissime informazioni sui processi che portano alla formazione e successiva migrazione dei corpi nei sistemi planetari.

Credit: NASA, ESA, and G. Bacon (STSci)

mercoledì 6 gennaio 2010

I "semi" delle galassie


Ben 5 gruppi internazionali di astronomi hanno annunciato l'osservazione delle galassie più distanti mai individuate. Utilizzando la Wide Field Camera 3 (WFC3) installata sul telescopio spaziale Hubble durante l'ultima missione di servizio, gli astronomi hanno ottenuto le immagini di almeno 29 oggetti galattici di cui dodici con redshift pari a 6.3 e altre quattro con redshift superiore a 7. Ciò porta a stimare le loro distanze in circa 13 miliardi di anni luce, il che significa che queste galassie popolavano l'universo già 800 milioni di anni dopo la sua fromazione. Si tratta di giovani galassie blu di dimensioni inferiori a un decimo di quelle della Via Lattea e con masse non superiori a qualche per cento di quella della nostra galassia. "L'osservazione è stata possibile - afferma l'astronomo scozzese Ross McLure - grazie all'eccezionale sensibilità nell'infrarosso della WFC3". Oltra a stabilire il record di distanza per le galassie, la scoperta fornisce importanti informazioni sui processi di formazione ed evoluzione dell'universo primordiale. In particolare, la scoperta di galassie piccole ma già formate nell'universo distante segna un punto a favore del modello di accrescimento gerarchico delle galassie secondo il quale le grandi galassie che popolano l'universo locale si sono formate a seguito degli scontri e delle fusioni che hanno subito quelle più piccole. Inoltre, la presenza di galassie già 800 milioni di anni dopo il big bang significa che i processi di formazione stellare devono essere cominciati prima di quanto fino ad ora ritenuto. Infine, lo studio delle galassie individuate da Hubble permette di ricavare informazioni sui meccanismi che portarono alla reionizzazione dell'universo, un evento verificatosi tra 400 e 900 milioni di anni dopo il big bang quando l'energia liberata dalle prime stelle strappò elettroni all'idrogeno neutro che allora riempiva l'universo rendendolo trasparente alla radiazione.

Credit: NASA

martedì 5 gennaio 2010

Kepler scopre cinque nuovi pianeti extrasolari

Kepler ha scoperto cinque nuovi pianeti extrasolari portando a otto il numero totale di quelli fino ad oggi individuati dalla sonda della NASA. L'annuncio è stato dato dal responsabile scientifico della missione William Borucki nel corso di una conferenza stampa tenuta a Washington presso l'American Astronomical Society. Lanciata il 9 marzo 2009, Kepler è stata progettata e realizzata allo scopo di individuare pianeti extrasolari di taglia terrestre nella fascia di abitabilità di un campione di 150mila stelle che costituiscono il suo traget osservativo. I 5 pianeti recentemente scoperti, denominati rispettivamente Kepler 4b, 5b, 6b, 7b e 8b, in realtà non possiedono affatto caratteristiche propriamente "terrestri": hanno, infatti, masse comprese fra quella di Nettuno e Giove, periodi orbitali compresi fra 3 e 5 giorni e temperature di molte migliaia di gradi, tanto da rendere impossibile la presenza di qualsiasi forma di vita su una loro ipotetica superficie. La scoperta è, però, un'importante conferma delle potenzialità di Keplere e lascia ben sperare circa le concrete potenzialità della sonda di centrare gli obiettivi scientifici per i quali è stata costruita.

Credit: NASA

lunedì 4 gennaio 2010

Spirit in difficoltà


Sono trascorsi 6 anni da quando il 3 gennaio del 2004 il rover Spirit della NASA toccava il suolo marziano seguito, 3 settimane dopo, dal suo gemello Opportunity. Entrambi i rover avevano una vita programmata di appena tre mesi, ma la loro operatività ha superato ogni più rosea aspettativa consentendo, in sei anni di intensa attività di ricerca scientifica, di ottenere risultati di straordinaria importanza nel campo delle nostre conoscenze sul pianeta rosso. I rover hanno percorso la superficie marziana per svariati chilometri, ne hanno analizzato la composizione, studiato le rocce e i sedimenti, hanno permesso di accertare la presenza di abbondante acqua nel passato del pianeta. Ora, però, la sopravvivenza di Spirit è a forte rischio. Da circa 6 mesi il rover è intrappolato in un terreno sabbioso dal quale non riesce a emergere. Tutti i tentativi operati dai tecnici di missione sono stati vani, complicati dal cattivo funzionamento di almeno due delle sei ruote su cui si sposta il rover. In realtà, anche da fermo Spirit ha continuato le sue attività scientifiche. Il problema è che è ormai prossimo il rigido inverno marziano. Nei precedenti tre inverni già affrontati dai rover, la sopravvivenza è stata loro garantita dal posizionamento dei loro pannelli solari rivolti in modo tale da massimizzare la capacità di raccolta della radiazione. Con Spirit bloccato però i tecnici della NASA non sono affatto sicuri di riuscire nuovamente nell'impresa. In mancanza di sufficiente energia per riscaldare i delicati sistemi di bordo difficilmente Spirit riuscirà a sopravvivere. Nelle prossime settimane è stato convocato un vertice operativo per decide il da farsi in base principalmente a valutazioni di costi/benefici. Ogni tentativo per salvare Spirit ha, infatti, costi elevati e, dato il limitato budget disponibile, ogni decisione va presa considerando le possibilità di ritorno in termini di risultati scientifici conseguibili. Noi tutti facciamo il tifo per Spirit!
Credit: NASA

On line il nuovo numero de "L'Astrofilo"


Puntuale come ogni mese è in distribuzione gratuita il nuovo numero della rivista telematica "L'Astrofilo". E insieme al numero 14 di gennaio 2010 della rivista viene distribuito anche la seconda uscita dei fumetti scientifici. Il numero di gennaio si arricchisce di un nuova rubrica destinata agli appassionati delle osservazioni del profondo cielo. Inoltre la sezione dedicata alle effemeridi è più ricca e completa che mai. Buona lettura a tutti.

venerdì 25 dicembre 2009

Buone Feste!!!



Non prima di aver ricordato a tutti gli appassionati la pur non particolarmente visibile eclissi parziale di Luna del prossimo 31 dicembre, ci congediamo per qualche giorno di (meritato!!!) riposo. A tutti i più sinceri auguri di buone feste e un ottimo 2010.


cieli sereni

sabato 19 dicembre 2009

Lo scontro che "accese" il buco nero


Grazie ai progressi della ricerca astronomica degli ultimi decenni è stato possibile stabilire come al centro delle galassie siano ospitati buchi neri la cui massa è dell’ordine dei milioni o anche miliardi di masse solari. Il legame fra buco nero centrale e galassia ospite pare essere molto forte, tanto che secondo alcuni modelli la massa del buco nero è strettamente correlata ai processi evolutivi cui la galassia è andata incontro nel corso di miliardi di anni. I buchi neri centrali accrescono la propria massa divorando grandi quantità di materia catturata dal loro intenso campo gravitazionale. I gas e le polveri prima di precipitare nel buco nero si dispongono su un disco detto di accrescimento lungo il quale, spiraleggiando, si riscaldano. Il processo libera enormi quantità di energia, e parte della materia viene espulsa lungo due getti in direzioni opposte. L’intensità del processo è strettamente correlata alla quantità di materia disponibile: maggiore è la quantità di gas che precipita nel buco nero tanto più intensa sarà l’energia emessa. Lo studio dei nuclei galattici attivi (AGN) è particolarmente importante perché fornisce fondamentali informazioni sul legame esistente fra buchi neri centrali e galassie ospiti. A tal scopo un gruppo internazionale di astronomi ha utilizzato tre dei migliori strumenti disponibili per le osservazioni per studiare una coppia di galassie interagenti, NGC 6872 e IC 4970 distanti circa 180 milioni di anni luce nella costellazione australe del Pavone. Combinando le osservazioni dei telescopi spaziali Chandra in banda X e Spitzer nell’infrarosso e quelle del VLT nella regione del visibile dello spettro elettromagnetico, gli astronomi hanno ottenuto l’immagine nella quale è chiaramente visibile il processo di fusione in atto fra le due galassie. Delle due galassie IC 4970 è quella visibile in alto a sinistra ed era già noto che al suo interno vi fosse un nucleo particolarmente attivo. Anzi, la grande quantità di energia emessa dal buco nero centrale non riusciva a essere spiegata considerando il solo gas presente in IC 4970. Il “mistero” trova spiegazione considerando proprio il processo di fusione in atto fra le due galassie. L’attrazione gravitazionale di IC 4970 ha strappato grandi quantità di gas a NGC 6872 ed è proprio questa materia che contribuisce in maniera determinante all’attività del buco nero.

Credit: X-ray: NASA/CXC/SAO/M.Machacek; Optical: ESO/VLT; Infrared: NASA/JPL/Caltech

mercoledì 16 dicembre 2009

Gli auguri di Hubble


In tempo per le ormai prossime festività natalizie i ricercatori della NASA hanno rilasciato una splendida immagine dell'ammasso R136 situato nella Grande Nube di Magellano (LMG, Large magellanic galaxy) all'interno della vasta regione di formazione stellare nota come 30 Doradus. La Grande Nube di Magellano è, insiema alla Piccola Nube di Magellano (SMG), una galassia satellite della Via Lattea. Visibili dai cieli astruali, le due piccole galassie sono sede di intensi processi di formazione stellare innescati probabilmente dall'interazione gravitazionale con la nostra galassia. La regione, ripresa con la Wide Field Camera 3 (WFC3) recentemente installata sul telescopio spaziale Hubble, si estende per circa 100 anni luce. Al suo interno sono visibili numerose giovani e calde stelle di colore blu che si dispongono in una peculiare forma che sembra ricordarci quella di un albero di natale. Queste stelle hanno massa pari a decine di volte quella del Sole e sono perciò destinate a esplodere come supernovae nel giro di qualche decina di milioni di anni. Intanto però, l'intensa radiazione che emettono sta scavando e modellando la nube di gas in cui sono immerse, provocando delle onde d'urto che innescheranno a loro volta nuovi processi di formazione stellare.

Credit: NASA, ESA, F. Paresce (INAF-IASF, Bologna, Italy), R. O’Connell (University of Virginia, Charlottesville), and the Wide Field Camera 3 Science Oversight Committee